La mia ferita: ostacolo o risorsa?

Siamo lieti di invitarvi sabato 16 marzo alle ore 16:00 all’incontro dal titolo “La mia ferita: ostacolo o risorsa?”, che si terrà presso la Sala Sole del Centro Congressi SGR a Rimini. Interverranno sul tema, attraverso il racconto della loro esperienza, Marina Corradi, giornalista di Avvenire e autrice dell’articolo “La mia crepae Naomi Berloni, mamma ospite della Casa. Le loro testimonianze saranno accompagnate dalla lettura di alcune poesie di Franco Casadei, medico e poeta di Cesena.

Elenco premi lotteria Amici di Casa di Sant’Anna 2019

 

La lotteria prevede l’attribuzione di 20 premi:

1) TV SAMSUNG 55”4K SMART TV di CHIARI

2) TABLET SAMSUNG 10” WI FI+SIM INCORPORATA

3) OROLOGIO DA POLSO offerto da OREFICERIA MENGUCCI RICCIONE

4) COMPLEMENTO D’ ARREDO offerto da GALLAVOTTI ARREDAMENTI  S.ARCANGELO

5) GRATTUGIA MIGNON offerta da DITTA FAMA

6) 4 PASTI offerti da RISTORANTE “I GIRASOLI” MISANO A.

7) BRACCIALE START TROLLBEADS offerto da OREFICERIA MARCHINI RIMINI

8) TESSUTI STAMPATI A MANO offerti da STAMPERIA MARCHI SANTARCANGELO

9) 2 INGRESSI AL CENTRO BENESSERE offerti da HOTEL CORALLO RICCIONE

10) BRACCIALETTO IN ARGENTO CON CIONDOLO  offerto da OREFICERIA BANCHETTI    RIMINI

11) UN PROSCIUTTO offerto da  M.COMPAGNONI SALUMI RICCIONE

12) OCCHIALI DA SOLE offerti da OTTICA CHRISTIAN CORSO D’AUGUSTO RIMINI

13) OCCHIALI DA SOLE offerti da OTTICA TURCI SANTARCANGELO

14) PIROFILA  offerta da TADDEI CASALINGHI RIMINI

15) MANTELLA IN TESSUTO offerta da ODEON PELLE RIMINI

16) BUONO DA 50 EURO offerto da PRESEPI CALZATURE SANTARCANGELO

17) PIZZA PER 4 offerta da LA TAVERNA DEGLI ARTISTI RIMINI

18) CONFEZIONE DI ALIMENTARI offerta da A&O FRATELLI LOMBARDI SANTARCANGELO

19) CONFEZIONE DI VINO E OLIO offerta da  ENOTECA MONTANARI RIMINI

20) SERVIZIO DA CAFFÈ offerto da CASALINGHI FERRINI SANTARCANGELO

Elenco delle parrocchie in cui il 3 febbraio saranno venduti i biglietti della nostra lotteria

Qui di seguito l’elenco delle parrocchie in cui saranno venduti i biglietti della Lotteria di Casa di Sant’Anna domenica 3 febbraio, in occasione della 41ª Giornata nazionale per la vita che sarà celebrata in tutte le diocesi , sul tema “È vita, è futuro”.

S. Giovanni Battista (Via XX settembre 1870, 87, 47923 Rimini RN)

S. Giuseppe al porto (Via Brandolino, 18, 47921 Rimini RN)

Riconciliazione (Via della Fiera, 82, 47923 Rimini RN)

S. Girolamo (Viale Principe Amedeo, 65, 47921 Rimini RN)

Paolotti (Via Antonio Battarra, 2, 47921 Rimini RN)

Regina Pacis (Via Gerolamo Rovetta, 20, 47924 Rimini RN)

Cristo Re (Via delle Officine, 75, 47923 Rimini RN)

Parrocchia Santa Maria Annunziata (Colonnella) (Via Flaminia, 96, 47923 Rimini RN)

Crocifisso (Via del Crocifisso, 17, 47923 Rimini RN)

Chiesa di San Giuliano Martire (Via S. Giuliano, 16, 47921 Rimini RN)

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù, Miramare (Viale Guglielmo Marconi, 43, 47924 Rimini RN)

Parrocchia San Fortunato (Via Covignano, 257, 47923 Rimini RN)

Parrocchia Sant’Antonio da Padova, Rivazzurra (Via dei Martiri, 30, 47924 Rimini RN)

Parrocchia di Santa Giustina (Via Emilia, 367, 47922 Rimini RN)

Parrocchia di Santa Maria Maddalena (Le Celle) (Via dell’Edera, 2, 47921 Rimini RN)

Chiesa di San Nicolò (Piazzale C. Battisti, 47921 Rimini RN)

Chiesa di Sant’Agostino (Via Cairoli, 41, 47923 Rimini RN)

Chiesa del Suffragio (Piazza Luigi Ferrari, 12, 47921 Rimini RN)

Chiesa Cuore Immacolato di Maria, Bellariva (Viale Regina Margherita, 41, 47924 Bellariva RN)

San Vicinio (via U. Giordano, 2, Viserba RN)

Parrocchia di S. Maria Vergine (Via Fratelli Cervi 27, Viserba Monte)

SS. Angeli Custodi (Via Oglio, 2 – 47838 Riccione RN) e Pentecoste (Viale Reggio Emilia, 17, 47838 Riccione RN)

Parrocchia San Michele Arcangelo alla Collegiata, Santarcangelo  (Piazza Balacchi, 7, 47822 Santarcangelo di Romagna RN)

Santarcangelo (Via Cappuccini, 1, 47822 Santarcangelo di Romagna RN)

Bellaria

Parrocchia di Sant’Ermete (Via Casale Sant’Ermete, 1220, 47822 Sant’Ermete RN)

Chiesa di San Paterniano (Via Aldo Moro, 130, 47826 Villa Verucchio RN)

Un incontro inaspettato

Marcy e Terry, sono due amici del Texas, incontrati quasi per caso l’estate scorsa  quando, alloggiati presso il Grand Hotel di Rimini, hanno manifestato il desiderio di voler conoscere una realtà sociale. Attraverso il nostro amico Francesco, il Grand Hotel ha indicato loro Casa di Sant’Anna e da questo è nato un incontro, seppur veloce, ma intenso e significativo. Già in quell’occasione Marcy e Terry avevano voluto lasciare il loro generoso contributo alla casa. Quando poi sono venuti a conoscenza, tramite la campagna  di crowdfunding, del desiderio di realizzare un laboratorio di teatro, hanno dato un segno molto concreto della loro stima. Grati e commossi per quest’amicizia inaspettata, desideriamo, con il loro permesso, condividere anche con te la lettera di risposta al nostro ringraziamento.

It is our pleasure and blessing to be able to help the needs of the mothers and children! You and your parents do such a great work there and I pray blessings on your ministry. There is always a need for ministry such as this!I pray you all have a very blessed Christmas and please remember our family in your prayers, particularly my granddaughter. We are praying that she turns her life over to the Lord!

We are very thankful we had the opportunity to meet you all when we were in beautiful Rimini! 

So grateful!

In HIS service,
Marcy 

 

 

Il piacere è nostro, ed è una benedizione essere in grado di aiutare i bisogni delle mamme e dei bambini! Tu e i tuoi genitori fate un lavoro grande lì, e prego che il vostro operato sia pieno di benedizioni. C’è sempre bisogno di un operato come questo!

Prego che tutti voi passiate un Santo Natale, e per favore ricordate la nostra famiglia nelle vostre preghiere, in particolare mia nipote. Stiamo pregando che lei riveli la sua vita al Signore!

Siamo molto grati di aver avuto l’opportunità di incontrarvi tutti quando eravamo nella bellissima Rimini!

Con gratitudine e nel Suo servizio,

Marcy

Alice una di noi. La scoperta di sé attraverso un laboratorio teatrale

“Alice siamo noi!”

Così ha esclamato una mamma ospite di Casa di Sant’Anna, sollecitata dalla storia di “Alice nel paese delle meraviglie”.

Da qui è nato il desiderio di iniziare un esperimento teatrale (ancora in corso), che si è rilevato un’occasione molto preziosa. 
Attraverso il teatro, le mamme hanno scoperto la libertà di comunicare le proprie emozioni, di esprimere la loro creatività e di collaborare in modo costruttivo.

Per  poter dare continuità e approfondire questa esperienza, l’equipe di Casa di Sant’anna ha deciso di scommettere su un laboratorio teatrale, a cui il prossimo anno, oltre ad Antonietta Garbuglia – che ha guidato fin’ora l’attività – parteciperà anche un professionista esterno.

Anche tu, insieme a noi e ai tanti amici di Casa di Sant’Anna, puoi sostenere le mamme nella scoperta di sé e delle loro potenzialità.
Aiutale a salire sul palcoscenico della vita, non da comparse, ma da protagoniste!

Guarda la campagna di raccolta fondi online “Alice una di noi” che abbiamo lanciato sulla piattaforma di crowdfunding Rete del Dono.

 

Cena di gala “Nevada for Charity”

Il 1 dicembre scorso si è svolta, presso l’hotel villaggio Nevada di Folgaria, una cena di gala a favore di Casa di Sant’Anna di Rimini e di Famiglia Materna di Rovereto.

 

L’iniziativa è stata un’occasione molto bella di incontro con persone cordiali e generose, in gran parte di Folgaria, a cui, fra un piatto e l’altro, abbiamo con semplicità presentato la vita e l’esperienza di Casa di Sant’Anna ed illustrato il progetto teatrale da sostenere con i contributi della serata.

A parte l’ottimo menù dello chef Nicola e l’intelligente collaborazione di tutto lo staff, a cominciare dalla direttrice Verena, ci hanno colpito e allietato alcuni gesti: il barman che offre la sua giornata di lavoro, i fornitori che partecipano alla cena e offrono vini scelti e grappe, persone che non possono essere presenti, ma che versano la loro quota, una cara amica di Rimini che decide di venire con il marito.

Insomma, il bene attrae ed esserne strumenti è un grande dono  “contagioso”, tanto è vero che in diversi ci hanno espresso il desiderio di partecipare ad altri momenti simili.

Carlo e Rosanna, volontari

“Nevada for charity”, la cena di solidarietà a favore della Casa

Voglia di rilassarti e staccare per un weekend? Quale migliore occasione della cena di solidarietà organizzata dal Villaggio Nevada Trentino il 1° dicembre a Folgaria?

Il ricavato andrà a favore di Casa di Sant’Anna e di Fondazione Famiglia Materna di Rovereto, con cui, oltre che ad essere amici da tanti anni, condividiamo l’impegno per la stessa mission.

Qui trovate l’offerta speciale per il weekend lanciata per l’occasione! –>

https://www.villaggionevada.it/offerte/offerta-dicembre-trentino/

L’idea di questa cena nasce direttamente dall’iniziativa di Carlo Fabbri, proprietario dell’Hotel:

“Quest’anno è successo qualcosa di nuovo. Io e i miei collaboratori più stretti ci siamo posti una sfida: verificare se l’impresa, il cui scopo è il profitto, si poteva coniugare e poteva dialogare con le opere di carità. A sollecitarci sono stati i rapporti con Famiglia Materna di Rovereto e l’esperienza che io sto facendo da alcuni anni come volontario di Casa di Sant’Anna di Rimini.”

Durante la serata potrete ascoltare direttamente dai protagonisti alcune delle storie di riscatto e solidarietà che caratterizzano il lavoro dei due enti, oltre alle testimonianze dei dipendenti dell’Hotel, che ci racconteranno come si sono coinvolti in questa esperienza.

Per prenotazioni: 0464.721495 oppure info@villaggionevada.it

 

“Perché vale la pena vivere? Ti racconto la mia scoperta”

Gloria Lisi

Gloria Lisi: In queste occasioni non ho tante cose da dire se non un grande grazie a Casa Sant’Anna. Lo dicevo prima al dottor Bianchini: Casa Sant’Anna è conosciuta in tutta la città (in un angolo magari un po’ periferico rispetto al centro storico), ma tante persone sono passate da questa realtà e tante persone sono cresciute grazie a questa realtà. È bellissimo vedere le mamme coi bambini; penso che sia un luogo privilegiato. Chi ci entra perché ne ha bisogno (per un momento temporaneo anche di difficoltà della propria vita), chi ci entra per svolgere del volontariato, ma anche un’istituzione che ci entra, coglie subito l’aspetto di questa ricchezza, di questo essere un segno tangibile e concreto di quello che le persone di buona volontà sanno fare in questa città. È quindi anche una grande opportunità: penso che sempre più gente dovrebbe conoscere questa realtà. Chiedevo prima se c’era anche una possibilità di farla conoscere ad esempio agli studenti delle scuole superiori  (penso al liceo pedagogico, penso a chi voglia intraprendere anche in università una certa tipologia di professione). Penso che questo fiore debba ingrandirsi sempre di più ed essere sempre più presente, non solo per chiedere un sostegno (di cui sicuramente la casa ha costante bisogno) e quindi anche uno stimolo, ma anche per far entrare le persone in questa realtà in modo che ne escano più arricchite. Un grazie alle mamme e ai bambini  ospiti e a tutte le persone che se ne prendono cura ogni giorno. Grazie davvero.

Maria: Benvenuti alla nostra terza festa in onore della nostra Santa Patrona Sant’Anna, cui la casa è dedicata. Innanzitutto desidero ricordare e ringraziare le persone che in tanti anni, fin dall’inizio, hanno favorito e costruito (anche con tanti sacrifici) un’opera di carità così bella e così importante. Un’opera di carità che custodisce e fa crescere un bene grande come il bene dell’ accoglienza, il dono della vita, il bene prezioso dell’essere mamma e dell’essere figlio. È un’opera che comincia ad avere un certo cammino, una storia rilevante, incidente nel tempo. Desidero ricordare e ringraziare le persone che oggi aiutano, collaborano e fanno crescere questa bella realtà: il consiglio di amministrazione, le educatrici, le collaboratrici, i volontari e i benefattori che con il loro preziosissimo contributo permettono di realizzare lo scopo della casa, che è quello di accogliere e aiutare le mamme e i bambini che ci sono affidati per accompagnarli verso l’autonomia. Un ringraziamento anche ai servizi sociali con i quali collaboriamo, grazie per la stima che nutrono nei nostri confronti (stima confermata dal fatto che continuano a chiederci di accogliere mamme e bambini per rispondere a quelli che sono i bisogni del territorio riminese ma non solo). Un ringraziamento speciale però stasera voglio rivolgerlo alle nostre mamme e ai loro figli. Mi accorgo che sempre più si impegnano in quello che viene loro chiesto, e che sanno portare con forza quello che un nostro grande amico definisce “il grande segreto del loro cuore,  che è anche il grande segreto di questa casa. “Il grande segreto del cuore”, per usare le sue parole, non sono innanzitutto i figli e neanche le nostre persone; nemmeno la vita in un certo senso, ma è di più, è un’altra cosa, è una cosa più grande che viene da lontano e che va lontano. Noi qui insieme, vogliamo sempre più scoprire, capire, amare e testimoniare questa cosa così grande.

Maria Mansi

Quest’anno, come avete potuto leggere tutti, abbiamo deciso di partire da una frase di Don Giussani, una frase che aveva scritto al suo amico Angelo Maio in occasione del suo compleanno: “Immagini se tu non fossi nato, quale meravigliosa cosa di meno ci sarebbe al mondo? Una meravigliosa cosa che c’è perché è tutta un dono”.  Abbiamo scelto questa frase perché la vita della nostra casa è veramente pesante: sia per le mamme che per i loro figli (che sono dentro e fuori dalla casa), ma anche per gli operatori e i volontari che quotidianamente si coinvolgono, compresa me. Alle nostre mamme ogni giorno chiediamo tanto; sono chiamate a fare un lavoro su se stesse, nel rapporto con i loro figli e con gli altri, attraverso la condivisione della quotidianità (cose semplici come riordinare, pulire, cucinare, giocare, confrontarsi, mangiare insieme). Tra le cose belle di quest’anno che desidero ricordare e condividere con voi c’è che abbiamo realizzato un laboratorio di pasticceria, nato dall’incontro del nostro amico Carlo Fabbri con Karen, che a titolo gratuito si è resa disponibile (supportata per l’aspetto educativo da una nostra educatrice) a realizzare questo laboratorio. Esso non solo ha permesso alle mamme di potere imparare a preparare dei dolci (anche molto buoni) e di realizzare una vendita di torte in occasione della festa della mamma, il cui ricavato tra l’altro è stato devoluto alle stesse mamme che non sempre riescono (soprattutto all’inizio del loro percorso) a trovare un lavoro. Questo laboratorio ha permesso anche di favorire momenti importanti di socializzazione e di confronto per rinforzare il gruppo delle mamme.

Molto interessante e molto bello è stato anche il laboratorio di teatro, nato proprio dal desiderio delle mamme di mettere in scena la storia di Alice nel paese dellemeraviglie,nella quale si sono in qualche modo ritrovate. Dal nostro aver preso sul serio questo desiderio e dalla disponibilità della nostra amica Antonietta Garbuglia dell’associazioneImpronte di teatro(anche lei a titolo gratuito e affiancata da una nostra educatrice) è stata resa  possibile la realizzazione del laboratorio, che è culminato nella messa in scena dello spettacolo realizzato il 24 marzo presso la cripta di San Giuseppe al Porto. Questo lavoro ha permesso di  sviluppare la capacità di costruire relazioni, di fidarsi dell’altro, di imparare a riconoscere, a capire, a interpretare e comunicare le proprie emozioni. Ha permesso inoltre di orientare in qualche modo, attraverso l’esperienza, l’accettazione dei limiti propri e dell’altro, e di scoprire le proprie capacità. Questo è un lavoro fondamentale per favorire la convivenza in una realtà come la nostra e per aiutare l’altro a diventare sempre più se stesso. Anche noi operatori siamo chiamati a fare un lavoro continuo per riscoprire il senso del nostro fare e del nostro essere alla casa. In particolare quest’anno ci tengo a ricordare che un lavoro molto interessante lo abbiamo svolto in equipe con il supporto della dottoressa Gabellini e della dottoressa Bresciani (per quanto riguarda l’aspetto più specifico della supervisione). Un lavoro che mi sembra essere un grande aiuto ad imparare sempre più a rapportarci all’altro liberandoci dalla preoccupazione e dalla pretesa di poterlo cambiare e di poter risolvere i suoi problemi; per guardare l’altro non solo per i suoi problemi e per come immediatamente appare, ma nel suo bisogno di felicità (che poi è anche il nostro).

È proprio questo bisogno di felicità e di infinito ciò con cui noi quotidianamente ci coinvolgiamo e che rende l’altro (sia esso mamma, figlio, collega o volontario) interessante e conveniente per sé, perché in fondo tiene desta la propria persona, la domanda di felicità e di compimento della propria vita. È stato evidente per me, in questo tempo trascorso qui a Casa Sant’Anna, che il dialogo e il paragone continuo con l’altro rendono tutto occasione per un bene. Ciò che una persona vive infatti, se condiviso, acquista una dimensione di ricchezza perché l’altro, attraverso i suoi doni, le sue capacità ma anche i suoi limiti, può correggere, valorizzare e allargare l’orizzonte di ciò che ha tra le mani. La sfida più grande per tutti noi mi sembra essere proprio quella di lavorare per desiderare di scoprire quello che sta dentro la persona, dentro ogni persona: una grandezza che è più grande di quello che si vede fuori, di quello che immediatamente appare. Infatti, come dicevo prima, il grande segreto di questa casa è ciò che in essa si viene a vivere, ciò che accade cone trale persone. Attraverso l’aiuto, le cure, le attenzioni, le mille cose di ogni giornata, attraverso l’ordine e la bellezza, accade nelle nostre giornate e nei nostri rapporti, irrompe una presenza, un dono che ci stupisce, che ci aiuta, che ci dà forza e coraggio. Ecco il segreto, il mistero (se così si può dire) di questa casa. Chiedo per me di saperlo e poterlo vedere sempre più, di essere tanto attenta e pronta a scorgerlo continuamente. Chiedo anche a voi di essere vigili e premurosi nell’intravederlo e nell’accoglierlo, affinché il mondo se ne accorga e ne benefici, perché secondo me l’aspetto che questa casa può essere un bene per il mondo (come ci dicevamo l’anno scorso quando abbiamo invitato Adele Tellarini) è molto interessante.

Voglio presentarvi ora le nostre ospiti: alla mia destra abbiamo Emilia, che è una mamma di Casa Sant’Anna e che ha deciso questa sera di raccontare e di condividere quanto ha scoperto nel difficile percorso intrapreso con noi. Proverà anche a rispondere alla domanda sul perché valga la pena vivere.

Emilia: Non è il dolore fisico che ferisce, è la violenza psicologica quella che fa più male, quella sensazione di non “essere”, di non esistere, di non valere, di essere zero. Ricordo ancora bene quel giorno in cui io ho deciso di dare un valore alla mia persona. Quel venerdì (perché ricordo che era un venerdì) è scattato qualcosa dentro di me e, come se nulla fosse, mi sono ritrovata fuori di casa, sola con i miei tre bimbi, con un’unica domanda che mi frullava per la testa: “e adesso cosa faccio?”. Mi reco in stazione, prendo il primo treno che passa e vado dove questo mi porta. Certo, una soluzione azzardata, ma in quel momento io volevo solo scappare, volevo dare una svolta alla mia vita. Abbracciando stretti i miei bimbi, che sono tutto per me, alzo lo sguardo in alto, dritto dritto verso il cielo e inizio a parlare a tu per tu con Dio: “Sono stanca! Aiutami Dio, ho bisogno del tuo conforto, ho bisogno che tu non mi abbandoni..”. E quando tutto il mondo sembra diventare sempre più buio all’improvviso mi si apre un varco: davanti a me c’era la mia assistente sociale che per caso passava di lì. In lei ho visto una speranza, così mi sono buttata tra le sue braccia e con tutte le forze che mi erano rimaste ho gridato “Aiuto!”. Quel venerdì io sono riuscita a dire basta al dolore.

Adesso mi trovo qui a Casa Sant’Anna, con persone che pian piano mi stanno aiutando a crescere, a prendermi cura della mia persona e dei miei splendidi figli. Qui ho capito cosa vuol dire uscire per mangiare un gelato, una pizza insieme ai miei figli. Qui ho capito cosa vuol dire essere liberi. A volte questo non mi sembra vero. Io credo nell’amore. Credo che amare significhi voler bene, ma soprattutto volersi bene. Nulla viene per caso, e questa è una certezza che mi porto in questo lungo e difficile percorso verso la mia libertà. La tua seconda vita inizia quando scopri di averne una sola e riscopri la bellezza delle piccole cose.

In casa la vita non è semplice: a volte si sbaglia,  ci si arrabbia, si piange, si litiga… e poi si ride, ci si scambiano opinioni, si condividono gioie e dolori. È questo il bello della vita: cadere e rialzarsi, in una parola “ricominciare”. Tutto è possibile, l’importante è desiderare il cambiamento. Spesso in Casa con le operatrici e con le mamme si litiga, ma ne vale la pena, perché ogni litigio è una riscoperta di sé. Ogni tanto, dopo un litigio, io mi pongo delle domande: “Ma perché mi ha detto così? Dove ho sbagliato? Cosa posso migliorare in me?” Questo dimostra che è solo grazie agli altri e con gli altri che io posso sperare di ricominciare la mia vita. Dopo un anno trascorso a Casa Sant’Anna ho capito che ci saranno momenti brutti, momenti in cui ti sentirai impotente di fronte al dolore, ma la vita non è fatta solo di questo. Ci saranno momenti di gioia, emozioni, viaggi, sapori che ci faranno amare la vita. Non voglio vivere di odio e rancore, voglio procedere su questa strada e continuare ad amare. Io adesso mi guardo allo specchio e mi emoziono per la mia esistenza. Con queste parole spero di riuscire a trasmettere il mio entusiasmo per la vita. In passato ho fatto tanti errori, tutti con amore e per amore, ma non voglio giudicarmi. E se in futuro mi capiterà di soffrire nuovamente, non importa, perché adesso ci siete voi e qualsiasi cosa accada, posso dire che il mio percorso a Casa Sant’Anna è stata un’esperienza di crescita straordinaria.

Maria: Ringrazio tantissimo Emilia, perché come avete potuto vedere ha deciso liberamente di condividere la sua esperienza, ma è stato molto faticoso. Mi colpisce tantissimo il fatto che una mamma e una donna prenda coscienza di queste cose e che dica che, nonostante tutto il dolore, desidera ancora amare ed essere amata è una cosa grandissima. Anche poter dire “solo grazie agli altri posso sperare di cambiare la mia vita”, con l’esperienza di altro, nonostante la grande fatica che ha fatto, mi sembra straordinario riconoscere che la forza per affrontare tutta la fatica che la vita ancora richiederà a lei (come richiede a ciascuno di noi) le viene dal fatto che non è più da sola ma perché c’è la nostra compagnia, non è assolutamente scontato.

Vi presento anche un’altra mamma, Natascia Astolfi, che ringrazio tantissimo per aver accettato il nostro invito. Natascia è una mamma con un’esperienza molto particolare. Secondo me non c’è frase più azzeccata di questa che abbiamo pensato di mettere per la nostra festa, per quella che è la sua esperienza che adesso ci racconterà.

Natascia: Non sarà facile parlare dopo Emilia, perché mi ha molto commossa la sua testimonianza. Il fatto che più ha inciso nella mia vita è stata certamente la nascita di mio figlio Giacomo, il mio quarto figlio, che è nato più o meno 5 anni fa (il primo ottobre 2013) ed è salito al cielo 19 ore dopo, all’alba del 2 ottobre, nel giorno degli Angeli Custodi. Cercherò di raccontare non appena i 9 mesi di vita passati con lui, ma mi piacerebbe raccontarvi cosa è accaduto durante le sue 19 ore di vita e il segno che lui ha lasciato nel mondo in quelle 19 ore di vita; mi stupisco ogni giorno perché continua a portare frutto.

Natascia Astolfi

Velocemente vi parlo di quei nove mesi perché fanno parte di questa storia. Giacomo è vissuto così poco perché era affetto da una grave malformazione alla scatola cranica (si chiama anencefalia e significa che non avrebbe mai sviluppato la scatola cranica), ed è una malformazione che viene definita incompatibile con la vita. Lo scopriamo subito alla prima ecografia (è una cosa molto grave ed evidente) e da subito viene definito dal ginecologo come un bambino inutile, un bambino destinato a morire nei primi istanti di vita. Per questo mi consigliano e mi prenotano immediatamente l’interruzione di gravidanza. Nel misterioso disegno di Dio questo accadeva nella mia vita per la seconda volta, perché anche la mia primogenita Michela, nata 11 anni prima di Giacomo, era affetta dalla stessa identica malformazione ed era vissuta solamente qualche istante.

Voi probabilmente immaginate di fronte a Giacomo tutto il senso di ingiustizia che sentivo, tutto il dolore, tutta la paura, tutta la rabbia che avevo nei confronti anche di Gesù, sono sincera. Ma soprattutto avevo una grande preoccupazione non tanto per me, ma per i miei figli, perché tra Michela e Giacomo nascono anche Federico (che all’epoca aveva 8 anni) e Francesca (che ne aveva 4). Avevo una grande preoccupazione anche per tutto il dolore che avrei fatto vivere loro, mettendoli di fronte alla malattia e alla morte certa di un fratellino. Quindi inizia per me un momento in cui prendo seriamente in considerazione l’idea di interrompere la gravidanza, che quella fosse davvero la strada che avrebbe procurato a tutti meno dolore. Ma questa ovviamente era una scelta che non mi corrispondeva. E non tanto per un’idea moralistica o per voler tutelare a tutti i costi la dignità della vita; non mi corrispondeva perché 11 anni prima avevo stretto tra le braccia mia figlia viva,anche solo per pochi istanti, quindi sapevo che stavo rinunciando a un bambino, e non mi corrispondeva neanche vederlo morire. Mi sentivo veramente in trappola e chiedevo a Gesù ininterrottamente di capirne il senso. Continuavo a dire: “Io obbedisco a quello che mi stai chiedendo se tu mi fai capire il senso di questa vita così misteriosa; se tu mi spieghi e mi fai vedere cosa Giacomo può regalare a me, cosa potrà regalare ai suoi fratelli al suo babbo e cosa potrà regalare al mondo.” Inizio così a chiedere e ad urlare in tutte le chiese e in tutti i posti questa domanda.

Ci sono due persone in particolare che mi aiutano ad andare avanti (lo dico perché sono due persone che hanno segnato e cambiato il mio modo di guardare la realtà ed hanno segnato la mia storia). Il primo è il dottor Calderoni, che è un ginecologo che aveva seguito la mia gravidanza con la mia prima figlia. Ritorno da lui per avere un parere medico, perché nella mia testa magari si erano sbagliati, per cui mi avrebbe potuto dire che si trattava di un errore e che il bambino in realtà era sano e perfetto. Patrizio invece mi conferma la diagnosi ma immediatamente inizia già dalla prima ecografia a guardare Giacomo come a un bambino sano in quel momento, come un bambino gravemente ferito ma che in pancia stava bene, per cui tutto l’accento che pone anche semplicemente nella visita è: “Qui, con te, ora sta bene. Certo, è talmente ferito e la sua ferita è talmente grave che non potrà sopravvivere, ma in questo istante e per tutti i giorni in cui lui sarà in pancia con te, lui starà bene; non avrà dolore, crescerà, potrà sentire che parli con lui, potrà sentire i suoi fratelli, potrà sentire suo babbo. Saranno quindi 9 mesi di vita.” Quando penso a Patrizio penso alla frase di Sant’Agostino che dice “Sono stata guardata e allora ho visto”, perché finalmente lui per primo, prima di me, ha iniziato a guardare Giacomo non tanto per la ferita che aveva, non come un bambino inutile e già morto (come lo guardavano gli altri e come lo guardavo anch’io), ma per la vita che era e io attraverso il suo sguardo ho iniziato a guardare Giacomo allo stesso modo. Per questo si è allontanata da me l’idea di interrompere la gravidanza e ho proprio desiderato amarlo. La seconda persona fondamentale per me e un grande padre, è stato il cardinale Caffarra, che ci è stato presentato dal dottor Calderoni. Vedendo il mio dubbio se interrompere o meno, mi disse: “Prima di prendere una decisione così decisiva, con cui poi ti toccherà fare i conti per tutta la vita, parlane col Cardinale.” Io e mio marito non conoscevamo il Cardinale e mai avrei immaginato di andare a parlare di mio figlio col Cardinale. Ma in una situazione di grande dolore e di grande domanda mi sono fidata e sono andata senza troppi schemi precostituiti. Devo ammettere che anche il cardinale Caffarra (che ora è in cielo anche lui assieme a Giacomo) mi ha fatto lo stesso effetto di un uomo che ha visto Giacomo come un dono innanzituttoper sé, prima ancora che per me. Lui ha proprio detto: “Io voglio accompagnarvi in questi nove mesi; vorrei che tu venissi ogni mese da me e vorrei vedere Giacomo crescere dentro la tua pancia. Vorrei accompagnarti in tutte le scelte: come lo dirai ai bambini, come partorirai, come sarà il battesimo.” Ha voluto insomma conoscere Giacomo e ha voluto sperimentare la vita di Giacomo in prima persona. Un giorno, di fronte alla mia grande domanda di che senso avesse la vita di Giacomo, mi disse: “La vita a volte è come un disegno, un arazzo, che noi guardiamo sempre dal lato opposto, per cui vediamo come un groviglio di fili e non capiamo niente, ci sembra tutto una confusione. Io pregherò per te, perché Gesù ti faccia vedere il disegno dalla parte giusta. Ogni cosa che accade, anche misteriosa e incomprensibile, ha un significato, ha un senso nel disegno di Dio. Questa cosa che mi ha detto l’ho tenuta lì, come una di quelle cose che ti dicono, ma che non riesci a capire. Ma cinque anni dopo mi sembra di invece di iniziare a intravedere il disegno che Gesù aveva sulla mia vita e soprattutto sulla vita di Giacomo.

La mia gravidanza prosegue bene, senza intoppi e la cosa più miracolosa è che io amoGiacomo, io adoroogni movimento. Inizio anche a far vivere ai miei bambini la vita di Giacomo: anche quando si è trattato di dirgli la verità il cardinale ci ha detto: “Tu digli la verità vera: non dirgli che Giacomo morirà, ma che Giacomo, come noi, vivrà e sarà destinato alla vita eterna.” Anche questa è una cosa che mi ha impressionato, perché io, avendo già avuto Michela, vedevo già la morte di Giacomo, il suo funerale, il cimitero, i fiori… invece lui mi ha detto: “Digli la verità vera, cioè che Giacomo nascerà e sarà destinato a vivere in eterno. Certo, è gravemente ferito e potrebbe non sopravvivere, ma per questo pregate ogni sera Maria, perché possa compiere il miracolo.” Per cui i miei figli sono stati introdotti improvvisamente a questa verità vera, cioè che Giacomo, come ciascuno di noi, era destinato alla vita eterna: sarebbe nato e sarebbe vissuto per sempre. Arrivo al momento del parto: in quel momento finisco io ed inizia la sua vita, come in ogni parto. Giacomo nasce con un parto cesareo programmato (perché era anche podalico, mi aveva fatto anche questo scherzetto) e nasce il primo ottobre. Tutti noi (i familiari, gli amici, ma anche i medici, l’ostetrica e la ginecologa, la neonatologa) tutti eravamo pronti a una morte molto rapida, perché normalmente i bambini affetti da anencefalia muoiono in qualche istante, qualche ora al massimo (Michela stessa effettivamente era morta in qualche istante). Invece Giacomo nasce e piange, urla, strilla come un bambino normale. Lo battezziamo: c’era in modo assolutamente straordinario un prete, don Santo, che normalmente in una sala chirurgica non può esserci, c’era un padrino e una madrina, come ogni battesimo vuole. Giacomo è stato battezzato, l’hanno vestito anche con una cuffia in modo da coprire la sua ferita e me l’hanno messo in braccio. Io ricordo proprio di aver detto davanti all’ostetrica: “Come sei bello Giacomo, assomigli a tuo fratello!” (questo per dire che la mamma vede solo le cose belle, non vede nient’altro). Io poi sono rimasta in sala chirurgica più o meno 2 ore per finire l’operazione. Ho pensato che non l’avrei più rivisto; mentre, quando esco dalla sala chirurgica, mi dicono che Giacomo è ancora vivo, in modo assolutamente straordinario. Mi viene allora l’idea di chiedere a chi avevo intorno di poter avere Giacomo con me (il protocollo ospedaliero prevede che le mamme siano ricoverate in ginecologia e i bambini non sani in terapia intensiva; io in questo caso non l’avrei mai più potuto vedere). Questa richiesta, per me molto spontanea, genera un fuori protocollo: formalmente non era possibile che un bambino non sano fosse in ginecologia, perché nessuno si sarebbe assunto la responsabilità della morte di un bambino fuori dal reparto a lui dedicato.

Ma (io voglio pensare che sia stato il disegno di Dio) più o meno dieci persone, cioè i caposala di vari reparti, i primari.. più o meno 10 persone che non conoscevano Natascia dicono: “Sì, diamole questo bambino”. E permettono a Giacomo di venire con me. Si crea quindi una situazione strana: ero in una camera con un’altra mamma, con il suo bambino, e c’erano il mio bambino, mio marito e i miei due figli. Una famiglia normale. Io lo potevo tenere in braccio. Questo va avanti per 19 ore; in queste 19 ore tutti, non solo i miei amici, venivano a trovarmi: medici, infermieri, ostetriche, neonatologi e primari venivano a vedereGiacomo. Prima della sua nascita Giacomo era l’anencefalo(siamo al Sant’Orsola, l’ospedale degli aborti, dove domina la cultura dello scarto e se una cosa non è perfetta si può scartare).Prima  erano arrabbiati con me perché gli stavo facendo perdere del tempo. Ora diventa Giacomo, diventa un bambino che loro andavano a trovare. Io ho proprio in mente questi infermieri o anche i primari che venivano, salutavano e uscivano. Volevano solo guardarlo.

Succede poi che Giacomo alle 6:00 del mattino del giorno dopo muore. Verso le 8:00 dello stesso mattino (eravamo in stanza io e mio marito) arrivano i due primari di ginecologia e di neonatologia e le caposala rispettive, chiudono la porta (tanto che io mio marito ci chiediamo cosa avessimo combinato, forse troppa confusione) e invece dicono: “Siamo rimasti molto colpiti da tutto quello che abbiamo visto e abbiamo intenzione di presentare alla direzione ospedaliera un progetto, un protocollo che vorremmo chiamare “protocollo Giacomo”, di comfort care,cioè di assistenza per i prossimi bambini che, come Giacomo, non hanno una possibilità di vita ma che la famiglia vuole con sé (insomma di non separarli). Abbiamo sperimentato attraverso Giacomo questa possibilità di collaborazione tra i nostri due reparti che prima non si era mai realizzata e soprattutto abbiamo visto che Giacomo non era una vita inutile, che Giacomo è stato amato da voi come un bambino vero(perché è stato un bambino vero), e questo ci ha profondamente colpiti. Io sinceramente non sapevo neanche cosa fosse il “fuori protocollo”, il “protocollo”, per me era tutto spontaneo quello che accadeva. Io ho solo amato mio figlio e ho desiderato stare con lui fino alla fine. Conoscendo il Sant’Orsola e la burocrazia ho guardato mio marito e gli ho detto: “Sì, diciamogli di sì, tanto per i prossimi 10 anni non succederà nulla qui!”. Invece il 12 aprile 2014 (quindi neanche sei mesi dopo) il reparto di neonatologia del Sant’Orsola inaugurava a livello nazionale il protocollo di comfort care“Giacomo”, che tuttora esiste. Durante quel convegno, dove anche a me diedero lo spazio di testimonianza, il primario professor Faldella (anche lui si chiama Giacomo, forse ha chiamato il protocollo così  anche perché era pure il suo nome) chiuse il convegno dicendo: “Devo ringraziare Giacomo, perché mi hai insegnato che la prima responsabilità di un medico non è guarire ma prendersi cura delle persone.” Io, come mamma, ero già a posto così. In realtà tutto quello che è accaduto dopo e tutto quello che accadde oggi, ha dell’incredibile. Cinque  mamme in cinque anni sono passate da lì (per fortuna non molte, perché sono casi straordinari e molti sfociano nell’aborto): Federica, un’altra Federica, Silvia di Dubai (che forse avete anche ascoltato in altre testimonianze), Ester e Samira, che è una donna musulmana. La cosa che caratterizza queste donne, come ha caratterizzato me, è che il dolore non è l’ultima parola: il dolore per la perdita di un figlio c’è, enorme ma è più grande il senso di gratitudine che invece alla fine si ha, perché una vita è un dono, indipendentemente dalla durata che ha. È un dono per sé, per la famiglia in cui nasce e per il mondo. Questa cosa non la dico io, ma la voglio dire a nome delle cinque mamme con cui ho parlato e con le quali oggi siamo amiche, perché l’esperienza della vita è un’esperienza di dono e di grande gratuità. Mi ha molto colpito che, quando ho incontrato Samira qualche settimana fa, lei aveva conosciuto il “protocollo Giacomo” e non sapeva che io fossi la mamma di Giacomo (nel frattempo sono passati cinque anni, per cui quando incontrano le mamme in ospedale non parlano di me, parlano di Giacomo); lei ha incontrato me non sapendo che io fossi la mamma di Giacomo e ha continuato tutto il tempo a parlarmi di Giacomo. Ho proprio pensato: “Lei lo ha conosciuto perché ha parlato di lui come io non avrei potuto fare, lo ha proprio conosciuto leinon io.” E questo mi ha commosso perché mi ha permesso di capire quella frase del Cardinal Caffarra che avevo tenuto lì come una cosa che un po’ ti consola ma che in fondo non capisci bene: che quando nasci vivi in eterno, perché vedere che Giacomo incontra ancora le persone, che in quelle 19 ore di vita ha permesso a Gesù di realizzare un progetto così grande, mi fa ringraziare della sua vita eterna. Quale meravigliosa cosa di meno nel mondo ci sarebbe se lui non fosse nato? Sono veramente grata di questa vita.

Maria: Mi colpisce tantissimo che nell’esperienza che ci raccontavano quello che vi ha permesso di stare di fronte al dolore che avete incontrato (e che non avete scelto né cercato) è stato un dialogo con un Altro che in qualche modo è diventato carne, perché tu facevi i nomi specifici di due persone ed  Emilia a un certo punto ha ringraziato le persone che si coinvolgono nella casa. Questa secondo me è la cosa più grande. Infatti il ringraziamento più grande oggi è a voi perché possa dilatarsi la misura della nostra amicizia che rende più interessante la vita per noi e  per le persone che incontriamo e che ci sono affidate.

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Natascia Astolfi, Maria Mansi ed Emilia

Festa di Casa di Sant’Anna – 26 luglio 2018 ore 18:00

Anche quest’anno vogliamo festeggiare insieme a voi la festa di Sant’Anna, invitandovi a cenare insieme a noi presso la Casa.

La festa di Casa di Sant’Anna inizierà alle ore 18.00 con la celebrazione della Santa Messa. In seguito un breve momento di testimonianza dal titolo: “Perché vale la pena vivere? Ti racconto la mia scoperta”.
Interverranno Emilia, mamma accolta a Casa di Sant’Anna e la nostra cara amica Natascia Astolfi di Bologna. 

Proseguiremo con la cena insieme, gustando una buonissima paella dello chef Garattoni e bibite (no limits).
Per concludere la serata, i nostri amici cantautori di Rimini e dintorni ci faranno compagnia con canti della nostra storia e balli insieme.
Quest’ anno ci sarà anche un momento speciale per i bambini che potranno assistere a un bellissimo teatrino di burattini ideato da Angelo Mandorlo e Paola Lasi.
PS. Per la cena è richiesta ai partecipanti sopra i 12 anni un’ offerta libera minima di 12 euro La quota si salderà direttamente alla festa.

Per una migliore organizzazione ti chiediamo di confermare la tua presenza e quella dei tuoi parenti e amici, iscrivendoti alla cena (termine ultimo dell’ iscrizione:  24 luglio).  Per farlo clicca qui.